Il progressismo secondo il Card. Giuseppe Siri
Il progressismo
del Cardinal Giuseppe Siri
Oltre trent'anni fa, un’acuta e impietosa disamina del fenomeno progressista da
parte di un grande Pastore. Un salutare antidoto contro i luoghi comuni del
cattolicesimo sedicente «adulto»: presi di petto «sociologismo», storiografia
progressista, «libero esame», «allegre» teologie, acquiescenza al mondo,
rifiuto dell’apologetica, riabilitazione degli eretici, indisciplina endemica,
crociate antitrionfalistiche e antigiuridicismo.
[Dalla «Rivista Diocesana Genovese», gennaio 1975, pp. 22-36]
Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo
queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per
abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze
suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli
si coniano parole.
Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere
da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli
slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente
smascherati.
Comincio pertanto a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro
clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa.
Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una
protezione per il proprio operato: «progressismo».
Di tanta gente si dice che è o non è «progressista». Vediamoci chiaro e, se ci
fosse da restituire un termine alla esatta funzione, non coartata, come è
serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito.
Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine
«progressista». Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.
1. Essere indipendenti dalla logica teologica
Molte volte il «progressismo» significa questo, o, piuttosto quando ci si
attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere «progressista».
Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi.
Che è questo «disimpegno totale dalla logica teologica»?
Logica teologica è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può
documentatamente arrivare ad affermare come rivelata od anche come
semplicemente certa una proposizione.
Queste norme, costituenti la logica teologica, in realtà si riducono (parliamo,
si badi bene, della «logica», non della Rivelazione) ad un principio: il
magistero infallibile della Chiesa. Infatti è al magistero infallibile della
Chiesa, sia solenne, sia ordinario, che è affidata la certa autentica
interpretazione sia della Scrittura che della divina tradizione. Ed è logico.
Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o
di nastri magnetici per far udire la viva parola e si fosse fermato lì, ad un
certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla
divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il
contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità
salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo
sotto gli occhi e ci appelliamo solo a due.
La prima è che con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in
continuazione filosofie torbide, il contrario, il contradditorio di esse. La
dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se
stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia
della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia.
La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio
per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte
di Dio.
Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto
quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio
delle sfrenate cose umane.
Quello che oggi accade è la dimostrazione ab absurdo della verità e necessità
del magistero ecclesiastico!
Il magistero ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano così «mezzi»
per raggiungere nella certezza la verità teologica. Essi sono: i Padri, i
Dottori, i Teologi,
Quelli che abbiamo chiamati «mezzi» di riflesso del magistero ecclesiastico
costituiscono con lo stesso la «logica» della Teologia.
Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e
libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha
definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella
enciclica Pascendi di s. Pio X. nonché nel suo Decreto Lamentabili; fanno le
riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici
della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del
protestante Bultman, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche
scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina,
ossia la divinità di Cristo.
Naturalmente trattati senza freno i princìpi, si ha quel che si vuole della
morale e della disciplina ecclesiastica.
Sotto questo fondamentale angolo di visuale il progressismo consiste nel
trattare come relativa la verità rivelata, nel cambiarla il più presto
possibile, nel dare agli uomini una libertà della quale in breve non sapranno
che farsi, di fronte all’Assoluto.
Ridotto a questa frontiera il «progressismo» coincide col «relativismo» e
all’uomo, «adorato», non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze!
Naturalmente non tutte le persone etichettate come progressisti sanno queste
cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che
ignorano. Se hanno una colpa — questo lo giudichi Dio! — questa consiste nel
non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano.
In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da
lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere.
Tutto quello che abbiamo sfornato attraverso catechismi di vane lingue, dei
quali fu pieno l’aere e che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri,
significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole
perpetrato ai danni dei piccoli che crescono.
Ne si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica:
l’assenza della certezza nei fedeli. Alla parola di Dio si può e si deve
credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate
conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di
Teologia, il tedesco padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre c con ragione:
«Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».
2. Il «sociologismo»
Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al
sociologismo anche se non sanno che cosa sia.
Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere,
la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto non è il caso
di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare
tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo.
La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il
demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le
manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza.
Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del progressismo. Sia ben
chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci
impone di avere come primi nell’oggetto dell’amore i bisognosi. Ma si tratta di
altra cosa, perche il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri
ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al
benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno.
Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di
sociale o di rosso sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena
siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo
solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica
del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse
seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far
la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per
conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!
Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e,
quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e
intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata
certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano.
Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la
dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali
che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici,
sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi
visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una
via brevissima per stare al passo coi tempi!
Ma si sa dove vanno i tempi?
Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le
esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? E proprio necessario
rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri
simili? E proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere
sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili?
Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto
questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo
lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?
3. La nuova storiografia
Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia;
sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo
l’austero san Pier Damiani. Tutto qui!
Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe
chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo.
La parte maggiore della produzione — ci sono, è vero, nobili e importanti
eccezioni — pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti
canoni:
— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai, che hanno colpito i
popoli;
—
— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a
personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di
giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale
motivazione;
— tutta la storia ecclesiastica fino al 1972 è stata panegirica, unilaterale,
concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di
pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione — tutti
lo vedono — costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella
Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro,
martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;
— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati,
persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati
nel solaio dei miti;
— il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con
evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le
tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa
che le ha generate.
Si potrebbe continuare.
Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono
magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima
Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno
edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del
loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi
galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È
condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola
cattolica, che ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno
la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla!
Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la
santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato
fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai
essere chiuse.
È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!
4.
Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale
in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno.
Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella
seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima sessione, nella quale taluni
gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una
buona volta la scure alla radice della divina tradizione ed avessero spianato
la via alla conversione verso il Protestantesimo.
Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate
persone, avevano dei precedenti. Eravamo presenti in mezzo a tutti gli
avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di
Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare
— La filologia, la archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti
comparati (ad usum delphini), ma soprattutto le svariate opinioni di tutti gli
scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo
citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e
vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare
Non
— Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate
nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di
mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di
affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può
essere, in cosa tanto grave, vera garanzia.
— La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione
delle Scritture, comparata con le Scritture e con la divina tradizione, riceve
la autentica garanzia di certezza dal Magistero.
Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito
da Dio stesso si chiama «progresso», ciò significa che tale progresso porta con
sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi
di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia,
certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato
Iddio. Niente di più logico e di più ovvio.
Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La
materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo
gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione.
Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi
(putacaso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p.e. la interpretazione di un
passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso
basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa,
di effetto affermato tra i due termini. Non è il caso di assumere la sufficienza
che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole
«sostanza» ed «accidente» cavandone la inesistenza della peste. Il che non era
vero!
Insistiamo sull’argomento perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno
che va sotto il nome di «progressismo».
5. Le allegre «teologie»
Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila.
Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a
sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle
comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza,
della liberazione e della rivoluzione... Quasi tutte queste voci sono decorate
di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle
più grandi caratteristiche del progressismo. Vediamo di capirci.
Queste sono vere «teologie», anzitutto?
È «teologia» quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle fonti
teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque
manifestazione saggistica, non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si
vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste teologie, salvo in
qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto «Teologia». Noi dobbiamo
protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso
venerandi e assolutamente proprio.
In secondo luogo dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono
verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito,
ossia dei «contenuti» di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo
solo a fissarne alcuni caratteri comuni.
— Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro
tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra
situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.
— Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del
Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il «sociologismo», del quale
abbiamo già parlato e che tiene il campo, deriivando da un principio messo dal
cristianissimo e devoto Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la
povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato
i suoi più o meno stanchi assertori.
Sarebbe forse questa la «Nova Theologia»? Risentiamo ancora oggi con perfetta
vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel
Vaticano secondo si levò per chiedere — con altre cose — una «Nova Theologia».
Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella
magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che
cosa l’Oratore intendesse propriamente per «Nova Theologia». Se le varie
teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole «allegre», sono una
risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti.
Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno «caratterizzante il
progressismo», c’è ben altro e ben più importante.
C’è la valutazione negativa di tutta
E questo è grave. Infatti.
Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della rivelazione divina e,
senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti extra
chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili
all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento,
di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica
dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente
delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama
«istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato
di penetrare, aiutandosi coi princìpi del buon senso umano, nella misura in cui
era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce
la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra
descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla
intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti,
ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare
Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento,
ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda,
quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo
Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque «Nova Theologia», ma
«anatematizzata Teologia».
La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire a! numero seguente.
6. Accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie
Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un
principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere
tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio
cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione
della rivelazione divina.
Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio
inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più.
Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere
progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili,
anche omeopatiche, si da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica.
Guardiamo bene in faccia questa faccenda.
— Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a
seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed
intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. È
vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di
moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade net
nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono
sconosciuti ai più e sono, comunque, morti.
— Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa
qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla
esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che
non esiste.
La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre
Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa può più difendere nella
Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia!
Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie
manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla
sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti
vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si
esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli
uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i
suoi mezzi espressivi.
La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo
condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.
7. Il rifiuto della apologetica
Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti.
Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata
già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo
accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno
aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva.
Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede
devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da
dimostrare? Niente.
Difatti in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il
significato che
Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di
critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non
servono più.
Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è
possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo dello Evangelo di Matteo.
Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo —
come gli altri — ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della
sua autenticità. Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a
capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di
«apologetica»; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto;
era manovrato da chi tacendo lo sapeva.
Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle
materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non
sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere.
Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie
sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di
ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica fin
dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti.
Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando
la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo.
Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice.
Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire
accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?
8. La riabilitazione degli eretici
Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo.
Abbiamo già ricordato al n. 3 la trovata di chi ha proposto la canonizzazione
di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una
notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di
attenuanti. Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri
con l’aria di dire «mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta».
Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del
canone 1399, sono citati abitualmente al posto di sant’Agostino e di san
Tommaso. L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti
da censure canoniche, mai come oggi, meritate.
Ma, è normale tutto questo?
I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi,
che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri».
Evidentemente la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della
Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.
Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le
presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero
ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per
umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. Agli eretici ed ai
ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici.
Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi,
ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più
bambinesche passioni umane.
Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati,
rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le
invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti
«arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I
peggiori!
Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel
passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi,
rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero
fermarne le cause.
Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un
pericoloso paradosso.
9. L’antigiuridicismo
Chi lo afferma è sempre stimato vero progressista.
Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma
moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge e l’unico
strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi.
L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza.
La mania è come un vento del deserto, che brucia tutto e lo si trova
dappertutto, anche sotto mentite spoglie. Enumeriamo le più ovvie applicazioni,
alle quali un numero enorme di persone per bene abbocca, mentre potrebbe in
tempo utile evitare delle dannose conseguenze.
Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il
numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento
che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche
giuridici.
Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di
restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con
qualche regolamento e con un responsabile. Si, parliamo di «responsabili»,
perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più
sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una
semplice variazione lessicale.
Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine
può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui
il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le
«responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si
scarica sulla «base».
Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione
avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano
sulla bocca di taluni una debolezza.
Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e
lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o
«presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni».
La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da
realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la
legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.
Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?
E questo sarebbe progresso? Ma si sa quello che si dice e si scrive?
Quando fu pubblicato — alla macchia — un abbozzo di «Legge Fondamentale» per il
futuro Codice di Diritto Canonico, fu il finimondo, anche e soprattutto in
taluni ambienti cattolici. La ragione non era tanto il fatto che quell’abbozzo
metteva insieme poco opportunamente elementi di diritto divino ed elementi di
diritto umano (il che sarebbe stato buon motivo per criticare), ma solo perché
era una «Legge». Si preferivano dei predicozzi.
La contestazione entro
originariamente qui. E nasceva da una mancanza di logica, come appare dal sopra
detto e dal fatto che alla legge si sostituisce la forza. E pensare che a
gridare più forte era gente adusa a cantare a Lodi e a Vespro l’inno alla
«divina» libertà dell’uomo, o meglio della «persona umana»!
Ecco dove si arriva a forza di svuotare
10. La crociata antitrionfalistica
Chi è antitrionfalista, nessuno lo dubita, è progressista.
È la principale caratteristica esterna — ma non solo esterna — del progressismo
tra i cristiani.
La parola trionfalismo, davanti alla quale tante persone sentono tremare le
vene e i polsi o dalla quale si sentono spinti a far imprese giganti di
ripulitura, fa d’ogni erba fascio.
Vediamo questo fascio.
L’autorità dà noia. Ne devono scomparire i segni esterni, perché muoia essa
stessa di esaurimento. Essa ha bisogno di segni visibili, dato che il valore
morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca. Quando
cerca semplicemente di far sì che gli altrui s’accorgano di essa e del suo
dovere, fa del trionfalismo.
Se al Tempio si dà un decoro per aiutare gli uomini a rendersi conto della
grandezza di Dio, della vita, del suo fine; se si domanda per esso di tenere
lontane le stranezze che disturbano, che disambientano il raccoglimento e che
aiutano la devozione, si fa del trionfalismo. Spoliazione sempre!
Se si porta rispetto a! Papa, a quanto denota esternamente
Chi ha pronunciato per primo la disgraziata parola «trionfalismo» non ha
riflettuto che dava modo di fare una sintesi di tutti gli appetiti psicologici,
patologici, distruttori che potessero trovarsi tra i fedeli e tra gli uomini di
Chiesa.
Il terrore del trionfalismo fa sì che tutto starebbe bene solo nella Gehenna.
Non è solo questione di gusti.
Il terrore del trionfalismo — questa parola ha quasi tanto potere di agire
sugli spiritelli quanto un termine qualificativo vociferato nella politica
italiana — ha delle sottospecie che si notano nel conformismo col quale si
accettano e osservano — non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità
— ma le mode introdotte col criterio del pugno in faccia.
Il progressismo ha aspetti che interessano il piano culturale e questo pone
limiti di numero e di qualità, ma, quando mette in moto la macchina
antitrionfalistica, raccoglie gente come nei paesi le bande dei suonatori.
11. La indisciplina endemica
Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci,
difensori, tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola
«endemica». Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo.
Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate,
tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente
congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o
manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso
ed intelligente.
In un primo momento si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo
la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato
multato da altri di «neomodernismo»! A ragione!
In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento
di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare
libertà di espressione ad ogni atto umano.
A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che «tenevano insieme la
compagine ecclesiastica del clero»: abito, seminari, studi, con una confusione
estrosissima di iniziative culturali innumerevoli.
Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del
Ciclo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore
simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie.
Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che
Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea
delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pan passo saltato tutto
e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio
evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si
parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla
della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba,
si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse
risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!
12. La bassa quota
Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si
fa l’onore di attribuire il termine «progressismo». Si tratta di quelle
piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente,
specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo
o nell’altro sta al piano superiore della esperienza intellettuale.
Ma c’è un «modo di agire» più semplice, più «pop», che forma il loggione per il
palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato
del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono
di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior
parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo
quello che piace al «progressismo». Ed ecco.
Nel clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o
camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il
clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito «normale» è la talare. Forma e
colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare
sta fuori del progresso. Invece la talare, «difesa dalla norma di Legge come
abito normale», permette di non perdersi mai nella massa, di restare in
evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo
punto credo dovrò ritornare. Infatti in questo momento il pericolo più grave
per il clero è quello di scomparire. Sta scomparendo, perché tutto ormai non
s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte che ci
siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più
il «cristianesimo». Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho
la impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito
del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione
in gran parte d’Italia della Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha
ancora
Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima
Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista.
Andare a Taizé invece che a Lourdes o a Roma costituisce progressismo, mentre
si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo.
Animare gruppi «detti magari di spiritualità» (parola della quale si potrebbe
dire come «montes a movendo, tanquam lucus a lucendo e canonicus a canendo»),
nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa,
costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo.
Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette
l’acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti.
Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di
mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà,
quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella
Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare
molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si
parla della santissima Vergine? Recentemente si sono dette pubblicamente delle
bestemmie autentiche contro la santissima Madre del Signore e nostra e — che si
sappia — nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.
Al posto delle Associazioni possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno,
per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente
accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso.
Dove è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia?
Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha vergogna di Dio’
Ecco il progressismo «pop», da pochi soldi, ma dalle molte colpe.
Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta
di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il
nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’inferno.
Conclusione
Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a
grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma,
l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre
stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche, che rinnovano l’organismo, ma
non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla
contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di
perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti
migliori.
Ho scritto perché il clero sia illuminato. Le note sull’argomento continueranno.