SPIEGAZIONI DELLA SANTA MESSA TRIDENTINA
Spiegazione della ss. Messa
Tridentina
di don Ivo Cisar
Due riti distinti
È sentita la necessità di spiegare la messa c.d.
tridentina, dove questa viene celebrata, nelle sue principali differenze dalla
messa "nuova", postconciliare, perché non tutti ne percepiscono
chiaramente le ragioni. Lo faremo in alcune brevissime puntate distribuite
lungo l'arco dell'anno liturgico.
Prima di tutto ricordiamo che la santa messa tradizionale, di rito romano
antico, in uso nella Chiesa da secoli, viene celebrata
per concessione dei vescovi in base all'indulto pontificio del 3 ottobre 1984
(EV 9,1034-1035), confermato con la lettera motu
proprio del Papa Ecclesia Dei del 2 luglio 1988 (EV
11,1197-1205).
Si tratta di due riti distinti, come esistono nella Chiesa cattolica vari riti
(SC 3: EV 1,3-4; can. 2 CIC) nei quali rimane identica la sostanza della santa
messa, mentre essi differiscono in vari e molteplici particolari che ne mettono
più o meno in luce vari aspetti; è proibita la commistione tra i due riti (EV
9,1035d).
Pertanto non viene messa in dubbio la validità della c.d. "nuova"
messa - introdotta sotto il pontificato di Paolo VI nel 1969 con
Non può venir messa in dubbio, quindi, né la legittimità (a certe condizioni)
della messa tridentina, né la validità (a certe condizioni) della "nuova
messa".
La santa messa
La santa messa si può definire come atto supremo del culto di Dio Uno e Trino,
mediante il sacrificio redentore di Gesù Cristo
compiuto sulla croce, che si rinnova ossia rende presente sull'altare
attraverso la ripetizione dell'Ultima Cena, sacramento del sacrificio di Cristo
(la santa messa è un sacrificio sacramentale, applicativo).
La sua struttura fondamentale è data dalla c.d. liturgia della parola e dalla
liturgia eucaristica che, a sua volta, consta di due parti: il sacrificio e la
santa comunione. Essenziale è il sacrificio, nel quale mediante la
consacrazione separata del pane e del vino si rinnova l'offerta al Padre del
Corpo e del Sangue di Gesù Cristo: uno e identico ne è il sacerdote principale, una e identica la vittima, Gesù Cristo, soltanto il modo di fare l'offerta è
differente, cruento sulla croce, incruento sull'altare (Pio XII, Enciclica Mediator Dei, II 1: EE 6,493-494). Esso si rinnova perché
L
Da quanto detto sulla struttura fondamentale della santa messa, sacrificio
sacramentale di quello della croce, risultano le
principali differenze tra la messa tridentina e quella "nuova",
assieme alle finalità della santa messa, ossia tra quello che la messa è e
quello che la messa non è:
difatti, il fine della liturgia non è quello di costituire un'assemblea, di
fare uno spettacolo, di fare una "festa", di celebrare una semplice
cena.
Ora, nella nuova messa si riscontrano alcune accentuazioni che potrebbero far
travisare le finalità essenziali della santa messa:
1) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto di azione
della Chiesa (intesa come?): il sacerdote celebrante in parecchi momenti si
confonde in un certo qual modo con i fedeli (come risulterà meglio ancora); ma
la santa messa non un'assemblea;
2) nella "nuova messa" è accentuata la liturgia della parola,
comprese le varie "didascalie", quindi l'aspetto didattico (anche se
l'omelia è spesso impoverita); ma la messa non uno spettacolo, e tanto meno TV
(?).
3) nella "nuova messa" è ridotto l'aspetto sacrificale (un offertorio
quasi inesistente, le preci eucaristiche più brevi e scarne); ma la messa non è
(solo) una "festa" (l'accento posto sulla gioia della risurrezione);
4) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto conviviale (già nell'Offertorio):
ma la messa non è una cena (soltanto), come per i protestanti.
Il sacrificio eucaristico
Il sacrificio che è la parte centrale e del tutto essenziale della santa messa,
sacrificio sacramentale, perché riferito a quello della croce, è atto supremo
di culto divino, al fine di lodare e ringraziare Dio, dal quale riceviamo tutto
(Es 22,29; 33,5.21; Lv
23,10; Pr 3,9).
Il sacrificio, dopo il peccato, ha anche una finalità propiziatoria, di
riconciliazione con Dio (cfr. 2Cor 5,19),
mediante l'atto supremo di obbedienza di Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm
2,5), obbedienza fino alla morte di croce (Fil 2,8),
per soddisfare (più che per "espiare", ma vedi anche 1Gv 2,2) per i
nostri peccati, in quanto il peccato è disobbedienza (cfr.
Rm 5,19).
Conseguentemente, il sacrificio eucaristico è anche un sacrificio di impetrazione di tutte le grazie
necessarie per la nostra salvezza (cfr. Rm 8,32), di impetrazione
per i vivi e i defunti, per
Ne risulta l'assoluta necessità della santa messa per la salvezza eterna, in
quanto in essa si rinnova e rende presente il sacrificio redentore di Gesù Cristo. La sua obbligatorietà scaturisce dalla virtù
della religione (giustizia verso Dio) e dal suo valore salvifico del tutto
fondamentale.
Un solo sacerdote
Il sacrificio della croce, e quindi quello sacramentale, per anticipazione,
dell'Ultima Cena, e quello sacramentale "per commemorazione" (nel
senso forte della parola) dell'eucaristia ("rendimento di grazie"), è
compiuto dall'unico ed eterno Sommo Sacerdote, Gesù
Cristo (Eb 7,24; 9,26).
Nella messa tridentina, celebrata da un solo sacerdote, risalta chiaramente questo aspetto cristologico della
santa messa. Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini, ministro di Cristo:
è lui che offre i doni (vittima), che consacra, che compie il sacrificio; solo
grazie alla sua azione il sacerdozio, essenzialmente distinto (LG 10b: EV 1,312), viene attuato ed esercitato ed è reso
efficace.
Pertanto, il Canone (romano) è la preghiera esclusivamente sacerdotale e viene recitato, per la maggior parte, a bassa voce, eccetto
il canto (o recita ad alta voce) del Prefazio e del Pater noster.
La concelebrazione, limitata dal Concilio Vaticano II ad alcuni casi e che non
può venire mai imposta ai singoli sacerdoti (SC 57: EV 1, 97-106; can. 902
CIC), non aiuta a percepire l'unicità del sacerdote il quale non è mai soltanto
un "presidente" (dell'assemblea). Essa fa risaltare l'unicità del
sacerdozio intorno al Vescovo, specialmente il Giovedì santo, ma non deve
diventare una comoda abitudine che peraltro priva i fedeli del beneficio della
santa messa distribuita in più luoghi e orari.
L'altare
Il sacerdote non si pone "contro" i fedeli, chiudendosi in un cerchio
(cfr. Ratzinger,
Introduzione allo spirito della liturgia³, Cinisello Balsamo, 2001, p. 76), ma sta a
capo del "popolo di Dio", quale condottiero, e con esso si rivolge a
Dio, verso l'oriente, verso l'altare, il quale non deve essere mai una tavola
(per una specie di Cena di tipo protestante) e che non è prescritta, resa
obbligatoria, anzi, la duplicità di "altari" dovuti a quelli posticci
deve col tempo scomparire (cfr. doc.
sulla riforma liturgica del 25 gennaio 1966: EV 2,610).
Sull'altare deve essere collocato un crocifisso, perché vi si rinnova il
sacrificio della croce; vi si trova, in mezzo, il tabernacolo, sede di Cristo,
presente realmente sotto le specie eucaristiche e la cui presenza, prodotta
dalla transustanziazione avvenuta nella consacrazione, è durevole; vi sono i
candelieri con le candele per significare la presenza di Cristo, "luce del
mondo" (Gv 8,12; Lc
2,32; 1,78); nella sua pietra si conservano le reliquie dei santi, nostri
intercessori presso Dio (Canone romano), con i quali siamo uniti nella grande
comunione dei santi e della liturgia celeste (cfr. Ap 6,9).
L'altare, con il ministero del sacerdote (cfr. 1Cor
4,1), rende
Il latino e la partecipazione
Il latino è la caratteristica della messa tridentina,
che più risalta. Anche la "nuova messa" si
può celebrare in latino, ma resta un rito distinto. La lingua latina che il
Concilio Vaticano II ha deciso di conservare (SC 36; can. 928
CIC) è una lingua sacra, precisa garanzia dell'ortodossia e della universalità
o cattolicità della Chiesa, dell'immutabilità del dogma (cfr.
Eb
13,8-9), compromessa dalle molteplici e non sempre felici traduzioni, peraltro
bisognose di continui aggiornamenti.
Già si è detto che il canone è una preghiera
esclusivamente sacerdotale che viene recitata dal sacerdote per la maggior
parte a bassa voce. Per partecipare "attivamente", cioè
spiritualmente, alla santa messa, la cui prima parte, la c.d. liturgia della
parola (letture, omelia) è pienamente "comprensibile" perché svolta
in lingua volgare, non è necessario capire materialmente ogni singola parola.
Della liturgia bisogna afferrare lo spirito, la sostanza che è quella di un
mistero ossia evento salvifico della redenzione dai peccati, operata da Cristo,
di cui dobbiamo appropriarci, e quindi della salvezza
finale.
Si può ricorrere a un paragone tratto dall'opera:
anche in essa non sempre vengono percepite e capite le singole parole, ma se ne
capisce l'essenza, la sostanza dell'azione o l'azione complessiva, e se ne
percepisce la bellezza. La parole a volte possono
disturbare; è necessario anche e soprattutto il silenzio (esteriore). E come il
sacerdote si serve del messale, così possono fare i fedeli (con l'ausilio dei messalini o dei foglietti, come per il libretto
dell'opera).
Il sacerdote e i fedeli
Mentre nella "nuova messa" le parti del sacerdote celebrante e del
popolo dei fedeli spesso si confondono, nella messa tradizionale esse rimangono distinte, in ossequio al principio che la messa è
l'atto di Cristo che lo compie mediante il ministero del sacerdote.
Rimangono distinti il Confiteor ai piedi dell'altare,
l'Agnus Dei, il Domine non sum dignus; la distinzione tra il
sacerdote-mediatore e i fedeli ricorre anche nel Canone, almeno tre volte:
l'adorazione del santissimo Sacramento dopo la consacrazione è doppia,
distinta; è separato il canto o la recita del Pater noster,
pronunciato dal solo sacerdote, anche se a nome di tutta
Profonda umiltà
Tutta la messa tradizionale è pervasa da un afflato di profonda umiltà,
insegnataci da Gesù nella parabola del superbo
fariseo e dell'umile pubblicano (Lc 18,9-14): così
nelle preghiere ai piedi dell'altare, prima di salire verso di esso; così in
tutte le orazioni in cui non vengono evitate espressioni eliminate dalla nuova
liturgia perché suonerebbero offensive al delicato orecchio dell'odierno
cristiano che si ritiene maturo, adulto, come: peccato, riparazione, inferno,
le insidie del male, avversità, nemici, tribolazioni, afflizioni, infermità
dell'anima, durezza del cuore, concupiscenza, indegnità, tentazione, cattivi
pensieri, gravi offese, perdita del cielo, morte eterna, punizione eterna,
frutti proibiti, colpa, eterno riposo, vera fede, meriti, intercessione,
comunione dei santi ecc., al posto delle quali oggi si vuole sentire solo gioia,
festa ed espressioni anche di tipo sociale o terrestre o vago, come senso
cristiano della vita, guarigione dagli egoismi, conforto della protezione
divina, coerenza di vita, spirito rinnovato, tua amicizia (con Dio), servizio
dei fratelli, fraternità e pace, mondo più umano e giusto, impegno al servizio
del prossimo, desiderio di intesa e di collaborazione, messaggio di bontà e di
gioia, impegno civile, progresso nella libertà e nella pace, e così via (cfr. Bianchi, Liturgia: memoria o
istruzioni per l'uso? Studi sulla trasformazione della lingua
dei testi liturgici nell'attuazione della riforma, Casale Monferrato, 2002).
Le orazioni tradizionali latine sono, inoltre, molto concise e profonde nella
loro semplicità, quindi pregnanti, e invitano alla riflessione.
Ricchezza e bellezza
La messa tridentina non solo non pecca di eccessiva
brevità, ma è anche ricca nei suoi vari elementi. La nuova messa risulta accorciata di circa un terzo ed sproporzionata tra
una liturgia della parola a volte eccessivamente lunga, pur essendo le omelie
oggi assai ridotte, e la liturgia eucaristica, specialmente quando viene usata,
come accade di preferenza,
Le letture
Il Concilio Vaticano II aveva raccomandato una maggiore ricchezza biblica nella
messa, letture più abbondanti, in modo che in un determinato numero di anni si legga al popolo la parte migliore della sacra scrittura
(SC 51). Sono nati così dei cicli triennali di letture bibliche che comprendono
anche quelle tratte dall'Antico Testamento; nelle domeniche e nelle feste si
hanno tre letture, delle quali la prima è presa dal Vecchio Testamento.
A questo proposito bisogna dire che le scelte dei
brani scritturistici non sono sempre felici né con
tagli appropriati e che specialmente le letture dell'Antico Testamento non sono
sempre ben comprensibili. Inoltre, per parola di Dio non è intendersi soltanto
la sacra scrittura o
L'Offertorio sacrificale
La parte più ridotta della "nuova messa" rispetto a quella precedente
è l'Offertorio, nel quale iniziava il sacrificio con la presentazione a Dio dei
doni sacrificali da parte della Chiesa; questi doni passavano nella sfera
divina e il sacrificio veniva compiuto mediante la
transustanziazione, ossia mediante il cambiamento del pane e del vino in Corpo
e Sangue di Gesù Cristo; in tale maniera il
sacrificio da parte della Chiesa viene a identificarsi con quello del nostro
Signore, diventa tutt'uno con questo e acquista la
sua efficacia. Oggi, invece, nella "nuova messa" l'Offertorio è stato
sostituito con una specie di benedizione della tavola, di tipo ebraico, quasi fosse soltanto un preludio alla Cena, sulla quale oggi si
pone un accento esagerato quasi nella messa fosse obbligatoria per tutti e
sempre la santa comunione eucaristica. Questa è, però, soltanto un elemento integrante, obbligatorio per il solo sacerdote, mentre ai
fedeli è vivamente raccomandata, ma sempre a certe condizioni, tra le
quali al primo posto quella dello stato di grazia. Oggi, invece, si hanno
comunioni di massa, in piedi, anche sulla mano, di molte persone che non si
trovano in stato di grazia, ma commettono un sacrilegio. La messa non è
soltanto o principalmente una Cena, di tipo protestante.
La conclusione
A conclusione della messa tridentina si ha la lettura del c.d.
"ultimo Vangelo", di solito tratto dal prologo del vangelo secondo
san Giovanni, che serve a elevare potentemente l'animo verso il mistero di Dio
Uno e Trino e del Verbo Incarnato, offerto, sacrificatosi per noi e donatosi a
noi nella santa messa, di modo che esso serve di primo ringraziamento. Nelle
messe c.d. lette seguono anche le preghiere, di nuovo ai piedi dell'altare, in
ginocchio, per la libertà e l'esaltazione della santa Madre Chiesa e contro il
demonio che insidia le anime e la loro salvezza eterna, prescritte dal grande pontefice Leone XIII. La loro necessità risulta sempre più chiara dallo svolgersi della storia
contemporanea.
Nelle sagrestie si trovavano nel passato delle tabelle con una serie di
preghiere, fatte di salmi e di altre composte dai
santi, che servivano di preparazione e di ringraziamento al sacerdote
celebrante, comprese le intenzioni di consacrare e di applicare il sacrificio
eucaristico; la preparazione e il ringraziamento sono prescritti tuttora ai
sacerdoti (can. 909 CIC) e servono di esempio anche ai fedeli; i ritardi
nell'arrivare alla santa messa e la dissipazione subito alla fine compromettono
i suoi frutti spirituali.
Riti e simboli
Nelle messe solenni il sacerdote celebrante viene
assistito dal diacono e dal “suddiacono” (ordine maggiore non più esistente, ma
ne rimangono le funzioni nella santa messa solenne); questi, tra l'altro,
cantano il Vangelo e l'Epistola. Si usa anche l'incenso, per incensare i doni
sacrificali, l'altare e le persone. L'incenso simboleggia il sacrificio
perfetto, quello dell'olocausto, in cui veniva
bruciata la vittima (offerta a Dio) e ne saliva verso Dio il fumo; vengono
incensate anche le persone (del celebrante, degli assistenti, dei fedeli), in
quanto si offrono a Dio come vittime spirituali in odorem
suavitatis (Gn 8,21; Ef 5,2); anche le orazioni dei santi vengono considerate
come profumi che salgono verso Dio (Ap 5,8), come
pure le virtù dei cristiani (2Cor 2,15; cfr. Gv 2,3).
Una caratteristica tipica della messa tridentina è il massimo rispetto verso il SS.mo
sacrificio e il SS.mo
Sacramento dell'altare; ciò si manifesta nelle frequenti genuflessioni e nella
massima cura dei frammenti eucaristici secondo il precetto del Signore:
“Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” (Gv
6,12), poiché anche nel minimo frammento eucaristico è presente il Corpo Ss.mo del divin
Redentore.
Il bacio dell'altare che rappresenta Cristo è il bacio riverente in segno di
adorazione (cfr. Mt 28,9; Gv 20,17) e di comunione con Gesù.
Il tabernacolo occupa il posto centrale ed elevato, quale si addice al trono di
Dio.
Un recupero pastorale
Se ci domandiamo, a questo punto, perché la gente si è allontanata dalla santa
messa, possiamo ritenere che il motivo ne è la sua
banalizzazione come risulta da quanto esposto fin qui. Manca anche il senso di
Dio (la fede), il senso del peccato (il pentimento), il senso della redenzione
(la ricerca della grazia); per colpa anche di una predicazione monca,
difettosa, a volte da "falsi profeti" che addormentano le coscienze,
tentando di parlare solo "al positivo", solo
di feste, gioia, risurrezione, trascurando la realtà del peccato, la necessità
della redenzione, il rinnovamento del sacrificio della croce sull'altare. Non si insiste più abbastanza sull'obbligo della santa messa
(vedi invece il can. 1247 CIC), né sulle disposizioni necessarie per
parteciparvi (cfr. CCC 1387). C'è un grande rilassamento nella morale cristiana e nelle
celebrazioni liturgiche. Le chiese sono diventate spesso
musei, pinacoteche, sale da concerto. Le modalità con cui vengono
celebrati i sacramenti, in particolare i matrimoni, ne degradano la sacralità.
C'è poco silenzio e raccoglimento nelle chiese, anche durante o prima o dopo la
santa messa.
In tutto ciò prevale lo spirito dei tempi che è uno spirito
antropocentrico: al centro di tutto è posto l'uomo, la "comunità".
La messa tridentina, invece, favorisce il ricupero del senso di Dio, del sacro,
tributando il retto culto a Dio e arricchendo lo spirito umano di grazia
divina, di bellezza, quindi di felicità.